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Re della rete
TIM FLANNERY
PAUL HILLYARD, The Private Life Of Spiders, Princeton, Princeton University
Press, pp. 160, $29,95
DAVID ATTENBOROUGH, Life in Cold Blood, Londra, BBC Books, pp. 288, £19,99
Per alcuni lettori i libri recensiti in questo articolo possono essere fonte di ansia e disagio.
L'aracnofobia, spiega Paul Hillyard in The Private Life of Spiders, «è
la più diffusa tra le fobie scatenate dagli animali». Questo intenso timore dei ragni
può colpire chiunque diventando davvero estremo. Una persona affetta da questa fobia dichiarò,
a esempio, di «non riuscire neppure a scrivere la parola ragno», o di essere incapace
di «entrare in una qualsiasi stanza prima che qualcuno abbia controllato attentamente se
è priva di ragni». I serpenti possono scatenare reazioni analoghe e sono proprio le
vivaci descrizioni di questi animali senza zampe e di quelli con otto zampe, insieme alle centinaia
di splendide fotografie a colori contenute nei libri qui recensiti, che potrebbero destare qualche
preoccupazione in alcuni lettori. Tuttavia spero che anche queste persone riescano a controllare
le proprie paure irrazionali, perché, a causa di questi timori, verrebbero private del piacere
di ammirare alcuni dei più straordinari gioielli viventi in natura.
Prima di andare in pensione, Paul Hillyard ha lavorato come curatore per la sezione di entomologia
del Natural History Museum di Londra occupandosi degli aracnidi. Ho conosciuto pochi esperti
di ragni nella mia vita e devo ammettere che qualche volta possono essere seccanti. Per oltre quindici
anni sono stato il curatore della sezione mammiferi dell'Australian Museum di Sydney e il
mio ufficio si trovava tra quello del più famoso esperto di serpenti della nazione e quello
del curatore degli aracnidi del museo. Nei musei qualche volta avvengono strani incidenti. A esempio,
mi è capitato di essere seduto alla mia scrivania mentre, senza che lo sapessi, un serpente
vivo strisciava dentro i miei archivi. Tuttavia erano le abitudini piuttosto eccentriche del
curatore degli aracnidi a infastidirmi di più. Non credo di avere una paura particolarmente
spiccata nei confronti dei ragni, ma di tanto in tanto, quando schizzavo fuori dal mio ufficio per
una commissione urgente, mi accadeva di
scontrarmi con
il curatore in questione che, ogni volta, aveva le mani piene di ragni potenzialmente mortali come
Atrax robustus. Devo ammettere che in questi casi mi sentivo davvero a disagio.
Il mio collega era un simpatico uomo barbuto, molto preparato e dai modi gentili, ma evitavo
di andarlo a trovare in ufficio dove ogni angolo era stipato di terrari con ragni vivi ed eri costretto
a spostarti in un passaggio cosí ridotto da sentirti in una sorta di tana piena di mostruosità
giganti dalle zampe pelose. Peggio ancora, il curatore degli aracnidi era cosí entusiasta
del proprio lavoro che, invariabilmente, finiva per pescare da uno dei suoi terrari l'ultima
sua acquisizione sventolandomela davanti.
Paul Hillyard è un vero appassionato di ragni e nel suo libro ci informa allegramente del
fatto che non si può sfuggire al suo oggetto di studio, perché il nostro mondo brulica
di ragni, di cui si conoscono 38.000 specie e forse altrettante sono ancora in attesa di ricevere
una descrizione formale. I curatori dei musei esperti di aracnidi non devono insomma sforzarsi
molto per trovare ciò che li interessa, dato che i ragni sono diffusi ovunque. Negli anni Trenta
del Novecento l'aracnologo W.S. Bristowe calcolò che ogni mezzo ettaro di prato fiorito
nell'Inghilterra sudorientale doveva ospitare oltre due milioni di ragni e che l'insieme
dei ragni della Gran Bretagna mangiava annualmente una quantità complessiva di insetti
il cui peso era superiore a quello dell'intera popolazione del paese. Oggi la popolazione
è aumentata notevolmente e l'uso degli insetticidi ha senz'altro modificato
queste cifre impressionanti, ma il concetto fondamentale è tuttora valido e i ragni si possono
ancora trovare ovunque. The Private Life of Spiders è una passeggiata nel mondo di
questi animali, in gran parte nascosto e sconosciuto, in cui vengono descritti i più spettacolari,
insoliti e interessanti tra i numerosissimi cacciatori a otto zampe.
Dopo una breve panoramica sull'evoluzione e la biologia dei ragni, Hillyard si dedica
al soggetto centrale del libro, un'impetuosa rassegna della diversità dei ragni,
a partire dalle specie con abitudini e anatomia più semplici fino a culminare con quei modelli
di evoluzione degli aracnidi rappresentati dagli eleganti ragni tessitori araneidi (Araneidae).
Le didascalie di alcune delle più notevoli fotografie danno un'idea di quello che il
lettore deve aspettarsi: «Ragno granchio giallo con una preda più grande di lui»;
«Ragno lupo (Lycosidae) con mascelle color arancio»; «Salticide Phidippus
regius, ragno straordinariamente peloso».
Nel libro vengono anche descritte numerose specie di ragni con abitudini notturne. Tra le specie
europee gli attinopodidi (Actinpodidae), caratterizzati da un «corpo grigio e
peloso», sono quelli che più facilmente l'uomo può incontrare perché
si spostano di notte sui muri delle case e sono comuni in modo quasi allarmante. Gli aracnofobi possono
certamente astenersi da ricerche notturne sui muri, ma anche una rinfrescante immersione in uno
stagno può rivelarsi, in Europa, non priva di inquietanti incontri, dato che i ragni acquatici
cibeidi (Cybaeidae), con mascelle mostruosamente grandi capaci di afferrare piccoli
pesci, vi sguazzano molto spesso. Perfino una passeggiata su una spiaggia può essere non
del tutto tranquilla perché, come Hillyard ci annuncia quasi con gioia, è possibile
trovare ragni semimarini che si nascondono nelle pozze d'acqua tra le rocce.
Le ragnatele sono decisamente troppo fragili per conservarsi come fossili, perciò gli
aracnologi studiano le diverse specie viventi di ragni per ricostruire l'evoluzione di
questi animali. Come è facile prevedere, i ragni viventi più primitivi (i membri della
famiglia Liphistiidae diffusa nell'Asia sudorientale) realizzano una tela relativamente
semplice costituita da un tubo di seta provvisto di numerosi fili tesi intorno all'entrata.
Coleotteri e altri insetti inciampano nei fili tesi allertando il predatore in attensa del pasto
potenziale.
Da questo tipo di struttura è derivata la complicata e polverosa ragnatela dei ragni folcidi
(Pholcidae) dalle lunghissime zampe. Quasi tutte le persone che possiedono una cantina
umida o semplicemente una stanza con qualche angolo difficile da raggiungere avranno familiarità
con le tele di questi ragni. Nelle zone appartate delle case infatti possono stabilirsi intere
comunità di folcidi. Imbattersi in uno di questi intrichi di ragnatele può essere
un'esperienza sconcertante dal momento che i folcidi, quando sono disturbati, comunicano
con i compagni oscillando vigorosamente e inviando vibrazioni di avvertimento lungo tutti i fili
delle varie ragnatele collegate. Hillyard inserisce tra i miti metropolitani l'idea che
queste minuscole creature siano tra i ragni più velenosi. Il veleno è, a dire il vero,
molto potente, tuttavia non esistono casi registrati di morsi inflitti a un uomo (i cheliceri,
cioè le "zanne", dei folcidi sono infatti troppo fini per bucare la nostra pelle)
e dunque l'indole mordace di questi ragni rimane ancora da dimostrare.
A partire da questo inizio non molto brillante dal punto di vista estetico si arriva poi ai linifiidi
(Linyphiidae) con ragnatele irregolari stratificate e infine alle classiche tele geometriche
circolari degli araneidi che, decorate con gocce di rugiada, contribuiscono in larga misura al
fascino di una mattina autunnale. Le ragnatele geometriche possono essere accessoriate con speciali
strutture di seta
assai visibili note come stabilimenta,
la cui funzione è tuttora dibattuta. Secondo alcuni autori, questi fili permettono agli
uccelli di vedere e quindi evitare le ragnatele, altri studiosi ritengono che, riflettendo la
radiazione ultravioletta, questa seta possa contribuire ad attirare gli insetti. Le ragnatele
sembrano esistere in forme infinitamente diverse. Alcuni ragni costruiscono tele geometriche
con la parte superiore allungata e simile a una scala di corda lunga fino a 120 centimetri. Queste
strutture risultano assai più efficaci rispetto alla classica tela circolare per catturare
le falene. Le farfalle hanno ali coperte da scaglie leggere che si staccano facilmente e permettono
all'insetto di non rimanere invischiato nella ragnatela. Quando però le falene cercano
di liberarsi dai fili della rete-scala, perdono gran parte delle scaglie e sono quindi destinate
a soccombere.
Altre ragnatele sono ridotte a un semplice filo a cui vengono aggiunte palline di seta collosa
unite da un filo attorcigliato e simili a bolas. I ragni australiani del genere Arkys
cacciano facendo a meno delle ragnatele. Sembra infatti che attirino i maschi delle falene mediante
feromoni (sostanze chimiche profumate secrete nell'ambiente) simili a quelli prodotti
dalle femmine di falena; i maschi cosí abbindolati vengono poi bloccati dal ragno con le zampe
armate di spine. Forse però le ragnatele più notevoli sono quelle realizzate con fili
di seta finissima dai ragni cribellati. Questi fili non sono vischiosi ma intrappolano le zampe
degli insetti agendo come una sorta di velcro naturale.
La sessualità dei ragni non è, come è noto, molto ben vista: quasi tutti infatti
hanno sentito parlare della femmina della vedova nera che, dopo l'accoppiamento, divora
il maschio. Ma chi direbbe che anche «sottomissione, stupro, cinture di castità,
castrazione e suicidio» rientrano nella vita sessuale di questi animali? Hillyard fornisce
esempi dettagliati di ognuna di queste abitudini e, tra le altre, risulta particolarmente avvincente
la sua descrizione della sottomissione sessuale tra ragni: «Il maschio dei tomisidi o "ragni
granchio" europei … si accosta un po' esitante ma, quando è abbastanza
vicino a una femmina, la afferra per una delle zampe. All'inizio la femmina si divincola,
in seguito, si calma mentre il maschio, salitole sopra, la blocca al suolo con alcuni fili di seta.
Il maschio quindi solleva l'addome della femmina, vi si infila sotto e vi inserisce i pedipalpi
[organi che usa per trasportare la spermateca]. In questo caso il legare la femmina a terra appare
un comportamento del tutto rituale dato che per la femmina non è difficile liberarsi dai fili
e allontanarsi: forse però questo comportamento serve a calmare la femmina».
Ancora più toccante è l'abitudine di alcune femmine di sacrificare la propria
vita per i piccoli. Il ragno tomiside australiano del genere Diaea depone un solo bozzolo
pieno di uova (molti ragni depongono più bozzoli), che poi protegge amorevolmente. Quando
i piccoli nascono la madre li nutre con gli insetti che cattura appositamente finché l'arrivo
dell'inverno interrompe la facile cattura delle prede. Incapace a questo punto di nutrire
i propri piccoli, la femmina offre loro un'ultima preda: se stessa.
Anche chi è affetto da una modesta aracnofobia potrebbe essere portato a saltare il capitolo
del libro di Hillyard: "Tarantulas and Trapdoor Spiders". Per introdurre l'argomento
l'autore scrive: «Chiamati tarantole nelle Americhe, ragni divoratori di uccelli,
migale o Vogelspinnen in Europa, "ragni babbuino" in Africa, "ragni
tigre" nell'Asia sudorientale, mata-caballos ("killer di cavalli")
o araños peludas ("ragni pelosi") nell'America Latina, si tratta
dei più grandi e robusti membri della famiglia Theraphosidae. Questi ragni hanno
forti cheliceri puntati in avanti e rivaleggiano per le cospicue dimensioni con i più grandi
invertebrati di terraferma».
I terafosidi sono i ragni dei nostri incubi e vengono esemplificati da grandi e straordinarie
fotografie che arricchiscono le pagine del libro di Hillyard.
Fino a poco tempo fa il record per le dimensioni maggiori spettava alla tarantola Theraphosa
blondi. Successivamente qualcuno ha scoperto un ragno ancora più grande nelle remote
foreste pluviali del Perù sudorientale. Il corpo di questo esemplare era lungo quasi dieci
centimetri mentre l'apertura delle zampe era di circa venticinque centimetri. Le persone
con più familiarità nei confronti di questi animali quasi mitici affermano che in
una sola tana possono vivere fino a cinquanta esemplari che cooperano per cacciare. La descrizione
tecnica data da Hillyard di questa nuova scoperta ancora senza nome (sebbene abbia ricevuto il
nomignolo araños pollo, cioè "ragno pollo") ha qualcosa che ricorda
un brutto incubo. Posso immaginare l'aracnologo intento a studiare queste creature mentre
si inoltra in un ambiente scosceso facendosi strada in un groviglio senza fine di radici e liane
che si infittisce inoltrandosi sempre di più nell'habitat del ragno. Poi, in un silenzio
improvviso, lo studioso percepisce il tamburellare di innumerevoli zampe pelose sulle foglie
secche che accompagna l'uscita della colonia dal suo rifugio. Il modo in cui i ragni «cooperano
nella cattura di prede più grandi» è forse meglio lasciarlo all'immaginazione.
La famiglia Theraphosidae comprende anche il famoso Atrax robustus, uno degli
animali più peri
colosi del mondo, la cui distribuzione
è incentrata intorno alla città di Sydney in Australia, una delle metropoli più
popolose. Finora la popolazione umana sembra aver avuto uno scarso effetto sul numero di questi
ragni, dato che abbondano nei giardini tra i sassi, nei luoghi bui e umidi, perfino nel centro della
città. Questo animale bellicoso è ancora più pericoloso durante la stagione
degli amori, quando i maschi abbandonano la loro tana e vagano in cerca di una femmina. In queste
occasioni i ragni possono entrare nelle case, dove amano rifugiarsi in ambienti umidi e bui, come
un asciugamano abbandonato sul pavimento del bagno o i vestiti buttati per terra dai bambini.
I cheliceri di Atrax robustus sono abbastanza potenti da perforare il cranio di un piccolo
mammifero o l'unghia del dito di un uomo. Se si sentono in pericolo, mordono ripetutamente
e in profondità riempiendo le ferite con gocce di un veleno molto acido. Percependo immediatamente
un dolore lancinante, la vittima incomincia a sudare e a sbavare colpita da convulsioni. Seguono
cecità, nausea e paralisi e, se un uomo adulto può impiegare circa 30 ore a morire tra
sofferenze atroci, i bambini che vengono morsi non resistono più di un'ora. Per fortuna
è stato scoperto un antidoto e i casi di morte sono oggi molto più rari che in passato.
È giusto però ricordare un particolare che riguarda questi pericolosissimi animali.
Come tutti i ragni (con l'eccezione forse del ragno gigante coloniale del Perù), non
ci tengono a sprecare il proprio veleno mordendo l'uomo. La produzione del veleno è
molto dispendiosa dal punto di vista metabolico e un rifornimento sprecato può significare
la perdita dell'opportunità di mangiare. Dato poi che il veleno si è evoluto
per immobilizzare le prede, e considerato che i ragni hanno diete assai specializzate, la maggior
parte dei veleni ha di solito un effetto piuttosto specifico. Il veleno di Atrax robustus
è, a esempio, relativamente innocuo per la maggior parte dei mammiferi, come cani e gatti,
ma per i primati (come scimmie, scimmie antropomorfe e uomo) risulta effettivamente mortale.
L'Australia è una terra in cui vivono marsupiali come i canguri e non è mai stata
abitata da primati prima dell'arrivo della nostra specie dall'Asia circa 45.000 anni
fa. Questo intervallo di tempo è troppo breve per aver permesso al ragno di evolvere attraverso
il processo della selezione naturale un veleno specifico per l'uomo. Sembra allora che la
straordinaria e terribile capacità di Atrax robustus di uccidere l'uomo
sia un effetto accidentale legato alla natura delle sostanze chimiche contenute nel suo veleno,
mentre il fatto che la distribuzione di questo ragno sia incentrata sulla più grande città
del continente australiano sembra nient'altro che un brutto scherzo del destino.
L'enigma di Atrax robustus mi ha fatto riflettere di nuovo sull'aracnofobia.
Perché molti di noi reagis
cono con una tale forza
e con un terrore cosí primordiale alla vista di un ragno? Il mondo è pieno di animali ben
più pericolosi come cubomeduse, pesci pietra (Synanceia verrucosa) e polpi ad anelli
blu (Hapalochlaena lunulata), che, in confronto, sembrano non disturbare la maggior
parte delle persone. Veri e propri killer poi, come cibi grassi, sedentarietà e sigarette,
sembrano addirittura piacerci. L'uomo, con le proprie paure e passioni, si è evoluto
nelle savane dell'Africa, ben lontano dal nostro attuale habitat, e in Africa sono nate le
nostre fobie primordiali, come frutto di esperienze che, attraverso l'evoluzione, uccidono
i più spavaldi e risparmiano, almeno qualche volta, i più timorosi.
Per Hillyard l'aracnofobia si sviluppa durante l'infanzia. I bambini piccoli
di solito non hanno paura dei ragni ma presentano questa paura crescendo. Paradossalmente, da
adulti, molti guariscono da questi timori. Si potrebbe allora pensare che, almeno in una certa
fase della nostra storia evolutiva, i bambini morissero frequentemente per il morso di un ragno
velenoso mentre giocavano in mezzo alla sabbia o al fango. Il ragno in questione, naturalmente,
doveva vivere in Africa dove ci siamo evoluti. Abbiamo qualche prova dell'esistenza di una
simile specie? Sorprendentemente sí. Sicarius hahnii è un ragno che si può
incontrare nella parte occidentale, più arida, dell'Africa meridionale. Questa
specie schiva e in qualche modo simile a un granchio si sotterra nella sabbia e sorprende le prede
che si avvicinano troppo. I granelli di sabbia aderiscono al corpo di questo ragno e lo rendono naturalmente
mimetico.
Analisi di laboratorio condotte sul veleno di questa specie hanno rivelato che si tatta di una
sostanza straordinariamente potente capace di determinare un diffuso effetto emolitico sui
vasi sanguigni e necrotico sui tessuti. Possiamo allora immaginare le famiglie dei primi uomini
accampate tra queste dune di sabbia dell'Africa meridionale con i bambini che giocavano
e si azzuffavano sul terreno sabbioso. I bimbi più piccoli naturalmente erano al sicuro tra
le braccia delle madri, ma quelli più grandi e i giovani adolescenti potevano certamente
essere morsi da questa creatura mimetica e abbiamo già visto con quale velocità
un bimbo può soccombere al veleno di un ragno. L'aracnofobia può dunque essere
diventata una delle fobie scatenate dagli animali più universalmente diffuse perché
i nostri antenati, cercando di non essere morsi da bambini, devono aver sviluppato un'attenzione
particolare nei confronti di questi artropodi a otto zampe.
I serpenti possono scatenare una reazione simile. In Life in Cold Blood, tuttavia,
Sir David
Attenborough descrive questi animali in modo
talmente straordinario e come esseri cosí signorili e nobili da convincerci a guardarli
con ammirazione. Sir David, ne sono certo, deve avere una passione particolare per questi animali.
Forse vi sembrerà che termini come "signorile" non siano indicati per un serpente
velenoso, ma consideriamo, per esempio, i cobra. Sordi (dato che in tutti i serpenti l'orecchio
esterno è regredito), quasi completamente muti e con occhi strutturalmente assai semplici,
questi serpenti hanno tuttavia sviluppato un sofisticato modo per segnalare la propria presenza
a noi e agli altri animali più grandi. Perché pensate che abbiano quel collo espandibile
e con grandi squame colorate (il cappuccio del cobra) se non per avvertirci? Noi non siamo cibo per
serpenti e un incontro tra un grande mammifero e un serpente può finir male per il serpente
proprio come per noi. Questi rettili possono essere calpestati, feriti e costretti a usare un po'
del loro prezioso veleno per difendersi. In breve tutti, chi morde e chi viene morso, subiscono
le conseguenze negative di un morso di serpente, perciò esistono forti pressioni evolutive
perché questi rettili sviluppino mezzi per avvisare i mammiferi più grandi della loro
presenza e pericolosità.
Il più grande serpente velenoso del mondo è il cobra reale. Diffuso nell'Asia
meridionale e orientale, può raggiungere quasi 5 metri di lunghezza e, se si sente minacciato,
è in grado di rizzarsi fino a guardare un uomo in faccia, per poi distendere il cappuccio e gorgogliare
minacciosamente. Questo rettile, unico caso tra i serpenti, costruisce un nido di foglie in cui
depone le uova che difende da tutti gli intrusi. Perfino gli elefanti devono imparare a evitare
questo rettile, dato che il cobra reale ha un veleno tanto potente da riuscire a uccidere un elefante
con un morso alla proboscide. Il cobra reale può sembrare un incubo per chi ha paura dei serpenti,
ma ha anche caratteristiche positive, si nutre infatti esclusivamente di altri serpenti tra cui
specie velenose come altri cobra.
L'America settentrionale ospita un serpente velenoso non meno terrificante che, di
nuovo, ha evoluto un modo per segnalarci la propria presenza. Il sonaglio del serpente a sonagli
è costituito da resti di vecchie squame che si accumulano all'estremità della
coda ogni volta che l'animale muta la pelle. Quando il serpente oscilla la coda, con circa
50 colpi al secondo, genera una vibrazione intensa e caratteristica udibile anche a 30 metri di
distanza.
A parte qualche occasionale incontro, la vita dei serpenti a sonagli si svolge di solito fuori
dalla nostra vista, tuttavia Sir David e i suoi colleghi hanno trascorso un tempo sufficiente tra
questi animali per rivelare aspetti finora rimasti segreti. In Life in Cold Blood, Sir
David descrive le riprese di un raro Crotalus horridus che andava a caccia nelle boscaglie
a nord dello stato di New York,
rivelando una dimensione
del tutto nuova dell'intelligenza di questi serpenti. Il serpente a sonagli è stato
visto mentre «giaceva vicino a un masso sotto i cespugli. Lungo poco meno di un metro, stava
arrotolato con il collo a S e il capo girato indietro e appoggiato sul corpo. Il dorso era ornato con
strisce scure a zig-zag disposte con tale regolarità per tutta la lunghezza del corpo che
si sarebbe pensato servissero per renderlo visibile. In realtà il serpente risultava
quasi invisibile… Per filmare con pochissima luce abbiamo utilizzato una speciale videocamera
elettronica equipaggiata con sensori che rispondevano a ogni movimento…
Le riprese sono state ripetute per varie notti senza registrare nulla di significativo. Il
serpente che avevamo scelto stava in attesa arrotolato vicino a un ramo morto che tagliava l'immagine
diagonalmente. Una notte il serpente si mise a studiare il ramo e, muovendosi, attivò la videocamera.
Con il collo disteso passò la lingua biforcuta su tutta la lunghezza del ramo e poi su alcune
fronde che crescevano a poca distanza… La maggior parte dei roditori segue gli stessi percorsi
quando si sposta attraverso il terreno in un bosco… Il serpente si ritrasse con il collo piegato
a S e il capo appoggiato sul corpo a qualche centimetro dalla metà del ramo. La videocamera
si spense di nuovo.
Più tardi, il registratore si riattivò. Questa volta era un topo che si trovava all'estremità
opposta del ramo morto. Si guardava intorno con aria incerta, agitando i baffi. Il serpente, a meno
di trenta centimetri di distanza, rimase fermo immobile come un sasso… Apparentemente
rassicurato, il topo si spostò camminando sul ramo e passando accanto al serpente. Con nostra
grande sorpresa, il serpente non si mosse e il topo si allontanò. I secondi passarono. Il serpente
mosse la lingua avanti e indietro e riaggiustò la posizione della testa. Era come se si fosse
annotato l'esatto percorso seguito dal topo attraverso la macchia e stesse compiendo le
ultime correzioni della sua traiettoria di attacco… La videocamera si spense di nuovo…
Poi si riaccese ancora una volta. Un altro topo stava nell'esatta posizione del primo all'estremità
del ramo. Incominciò a sua volta a spostarsi lungo il tronco e, in un lampo, il serpente lo prese…
spalancando la bocca con le due zanne velenifere protese in fuori. I denti si infilzarono nel fianco
del topo e nello stesso istante vennero ritratti».
Osservazioni cosí dettagliate e un grande amore per la natura rappresentano il marchio
di fabbrica del lavoro di Sir David. Il suo ultimo libro, Life in Cold Blood, non si occupa
soltanto di serpenti ma è uno studio sui rettili e sugli anfibi, ed è l'ultimo di
una serie di progetti dedicati praticamente a tutte le forme di vita del pianeta. Sir David Attenborough
ha oggi un'ottantina di anni e la natura avventurosa
e faticosa del suo lavoro suggerisce che questo possa essere l'ultimo dei suoi grandi contributi
alla scoperta della natura. Dedicata ai meno apprezzati tra gli animali eterotermi ("a sangue
freddo"), squamosi e striscianti, quest'ultima fatica interesserà forse
un numero minore di persone rispetto ai lavori precedenti. Ma per passione pura, interesse personale
e impegno possiamo ben dire che Sir David abbia lasciato il vino migliore per ultimo.
(Traduzione di Allegra Panini)
TIM FLANNERY, è direttore del South Australian Museum
ed è autore de L'ultima tribù (Corbaccio, 2000). e di I signori del
clima (Corbaccio, 2006).
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